Il consultorio familiare come laboratorio sociale: un'esperienza di incontro e di lavoro con le donne arabe
Distretto 4 - ASL Città di Milano (ex USSL 39)
(di Lucia Cassanelli 1, Luisa Cattaneo 2, Marina Dei Cas 3, Marina Ruspa 4)


Il consultorio familiare di zona 5, in Via Conca del Naviglio a Milano, ora afferente al Servizio Famiglia, Infanzia,
Età Evolutiva, lavora dal '92 con le donne di lingua araba che accedono al servizio; il territorio in cui opera è, infatti,
abitato da numerosi nuclei familiari provenienti soprattutto dall'Egitto. Gli egiziani sono, insieme con i filippini,
il gruppo più numeroso insediato nella zona.
Le utenti che accedono al servizio sono donne in età riproduttiva giunte al seguito del marito per ricongiungimento familiare. La grande maggioranza delle egiziane si sposano al paese d'origine con un uomo già emigrato in anni precedenti a Milano, che torna al paese per prendere moglie.
La coppia viene in Italia pochissimo tempo dopo il matrimonio e si trova ad affrontare contemporaneamente la difficoltà di iniziare una vita a due e di adattarsi al nuovo paese, con una difficoltà in più per la donna che non conosce né la lingua né la città.
In genere le donne si rivolgono al servizio quando rimangono gravide solamente al terzo quarto mese; dopo il parto, se si sono trovate bene, ritornano per decidere quale metodo contraccettivo utilizzare e per altri eventuali problemi sanitari. Il ritorno al servizio e l'articolazione della domanda possono essere legittimamente letti come un segnale della relazione di fiducia che l'utente ha instaurato con le operatrici.
Di fronte al cambiamento dell'utenza il consultorio, soprattutto su iniziativa di alcune operatrici, ha scelto di operare in una prospettiva di progetto; un atteggiamento progettuale si è rivelato negli anni indispensabile strumento per promuovere la ricerca e il cambiamento nella prassi del servizio, necessari per rapportarsi alla diversità culturale dell'utenza. E' la prima volta che i servizi italiani devono fare i conti con questo aspetto, nel contesto della trasformazione della società italiana in società multietnica e multiculturale.
Il progetto sperimentale finanziato con fondi della Regione Lombardia è iniziato nel '93 ed è tuttora in corso; esso è partito dalla constatazione che "l'accesso delle donne straniere ha posto dei problemi difficilmente risolvibili con le risorse interne:
- in primo luogo i problemi linguistici superati solo in parte dalla presenza del marito come interprete che non sempre permette di comprendere i problemi reali delle mogli;
- in secondo luogo i problemi legati ad un'identità culturale molto diversa dalla nostra, con differenti approcci alle problematiche trattate dal Consultorio familiare, quali la gravidanza, la contraccezione, i rapporti di coppia, il diritto di famiglia ecc.
Le difficoltà riguardavano anche le modalità di approccio al servizio; ad esempio l'utente si presentava spesso in ritardo con problemi sanitari urgenti ed attorniata da uno stuolo di parenti e/o amici. Ciò poneva in difficoltà gli operatori sia perché alcune modalità erano considerate "disturbanti" per l'organizzazione stessa del servizio, sia perché esse erano mal interpretate dall'operatore che le viveva con sensazioni di fastidio e di perdita di tempo, senza considerare che approcci così diversi ad un servizio socio-sanitario appartenevano ad una cultura sanitaria completamente diversa da quella occidentale." (M.Dei Cas - M.Ruspa, Progetto d'intervento socio-sanitario per utenti straniere, all'interno di un consultorio familiare della USSL 75/IV, documento interno, dicembre '93).
Il progetto ha previsto la presenza di una mediatrice linguistico culturale di origine egiziana per una mezza giornata la settimana, durante la quale si concentrano gli appuntamenti con le donne di lingua araba.
E' previsto un momento di accoglienza dell'utente, considerato fondamentale per lo stabilirsi di una relazione di fiducia all'interno della quale la donna potrà anche seguire le indicazioni sanitarie dell'operatrice; questo momento di accoglienza è stato oggetto di particolare attenzione da parte dell'équipe che ne ha modificato l'assetto nel corso del tempo, in base alle osservazioni sull'esperienza. Attualmente il colloquio di accoglienza è fatto individualmente da un'operatrice italiana (ostetrica, assistente sociale, assistente sanitaria) e dalla mediatrice linguistico culturale, la cui presenza è gradita alla maggioranza delle donne.
Durante questo colloquio gli obiettivi delle operatrici sono da un lato di mettere a proprio agio l'utente, di comunicarle, anche con un'attenzione costante alla comunicazione non verbale, la consapevolezza del servizio circa il fatto che gli elementi culturali della soggettività sono rilevanti nella relazione professionista/utente e l'interesse ad un ascolto attivo delle sue richieste e dei suoi vissuti.
L'altro obiettivo del colloquio è quello di dare alla donna le informazioni necessarie circa le attività del consultorio familiare e le prestazioni che esso può offrire.
E' durante questo primo incontro che, in fase conclusiva, viene compilata la cartella a sua volta parzialmente modificata per tener conto delle specificità delle utenti.
Successivamente la donna riceve la prestazione medico/sanitaria o sociale richiesta, sempre accompagnata dalla mediatrice culturale.
E' previsto per le donne in gravidanza la possibilità di seguire un corso di accompagnamento alla nascita specifico per donne di lingua araba; le donne dopo un primo momento di perplessità iniziale che viene superato anche in base alla indicazione medica mostrano di gradire molto questo momento e vengono regolarmente agli incontri che hanno una frequenza quindicinale.
In questo senso sembrano confermate le ipotesi iniziali del progetto secondo il quale "il gruppo vuole favorire il costituirsi di una rete di conoscenza delle donne, al fine di sostenersi reciprocamente, condividere e discutere i problemi da affrontare in un paese straniero, tenendo anche conto che le donne egiziane, che sono il gruppo etnico più rappresentativo nella nostra zona, non hanno nessun luogo di aggregazione e scambio di esperienze in città" (M. Dei Cas, M.Ruspa, idem).
Dopo alcuni anni di lavoro l'équipe ha sentito l'esigenza di trovare un momento in cui fermarsi a riflettere in modo più sistematico sui risultati dell'esperienza fatta attraverso alcuni incontri di supervisione.
Durante questi incontri l'équipe ha messo a fuoco gli aspetti ormai collaudati del proprio lavoro, ritenuti efficaci, riproducibili in altri servizi interessati e da sottoporre in quanto tali all'attenzione delle istituzioni competenti, che vogliano rendere più efficaci e produttive le prestazioni alle donne immigrate di lingua araba. La riorganizzazione del servizio sopra descritta, e l'inserimento con una funzione centrale della nuova figura professionale della mediatrice linguistico culturale sono fra questi.
Ci vogliamo invece soffermare su quegli aspetti più problematici emersi nella discussione, individuati dall'équipe come temi attorno a cui fare avanzare la propria ricerca.
Il metodo di lavoro adottato dal gruppo per riflettere sull'esperienza è stato quello dell'analisi dei casi; il tema centrale attorno a cui hanno ruotato le discussioni è quello della relazione con l'utente, soprattutto quando quest'ultima porta domande e vissuti che spiazzano le aspettative dell'operatrice e anche della mediatrice culturale, in quanto diverse da quelle della maggior parte delle donne arabe che hanno utilizzato il servizio. Queste domande "eccentriche" chiedono alle diverse professionalità presenti di ridefinire nuovamente il proprio ruolo per rispondere all'individualità della donna che sta di fronte, e sono l'occasione per rivisitare complessivamente il proprio fare professionale e la propria relazione di donne che lavorano con altre donne.
Attraverso la discussione di questi casi è stato in primo luogo messo a fuoco che l'atteggiamento che il servizio vuole avere nell'approccio con donne provenienti da altre culture non è quello di un'accoglienza della diversità in nome di un generico rispetto per tutte le culture; l'intento è quello di prestare ascolto alla soggettività della donna che si esprime in un codice linguistico e culturale diverso da quello dell'operatrice. Tale codice va compreso e valorizzato, nella consapevolezza che la possibilità per le donne di esprimere ciò che vogliono e che pensano come individui, passa necessariamente attraverso uno scostamento più o meno consapevole dalle aspettative di subalternità e acquiescenza ai valori patriarcali della cultura di appartenenza, che sia essa tradizionale o moderna. In quest'ottica ascoltare, valorizzare, rispettare le emozioni, i pensieri, le scelte delle utenti è per le operatrici il modo per sostenere il processo di formazione di un pensiero autonomo su di sé rispetto a terreni cruciali per l'identità di ogni donna, quali sono la sessualità, la maternità, le relazioni familiari. Ciò vale per tutte le donne italiane e straniere; con quest'ultime i differenti quadri culturali di riferimento rendono visibile, come una cartina al tornasole, le difficoltà delle operatrici e del servizio a rendere operativi questi valori di riferimento, soprattutto quando la richiesta dell'utente richiede una uscita dalla presunta neutralità dei ruoli sociali e sanitari come è il caso di S. e di A, o quando il rispetto per la soggettività altrui significa fare i conti con atteggiamenti che provocano l'operatrice proprio sul terreno della sua disponibilità all'integrazione com'è il caso di Samah.
Per rendere conto del dibattito avvenuto riportiamo di seguito questi tre casi e la sintesi di alcune delle riflessioni elaborate dall'équipe, attorno a cui si sta sviluppando la ricerca.

Ombre e ambivalenze nella scelta di essere nuovamente madre: il caso di S.
S. esce dai canoni tradizionali che noi operatrici abbiamo attribuito alle donne egiziane e ci chiede la certificazione per una interruzione di gravidanza.
E' una signora egiziana di trentadue anni, a Milano dal '93, che al momento della richiesta di interruzione di gravidanza ha già tre figli, due nati in Egitto, l'ultimo nato da poco in Italia. La gravidanza indesiderata si verifica mentre la signora allatta ancora l'ultimo figlio.
Su questo tema, sempre difficile da affrontare con tutte le donne, andiamo in crisi e non sappiamo come muoverci. Il nostro approccio, sperimentato con le donne italiane, non ci sembra adeguato e sufficiente ad affrontare un colloquio con la donna egiziana: troppe spiegazioni, troppa distanza culturale, la nostra "legge" non ci aiuta ad affrontare questi temi perché S. ha la sua legge, quella religiosa che è difficile per lei sia mettere in discussione, che accettare in toto.
S., che ci appare come persona molto timida, manifesta inizialmente il suo conflitto rispetto alla gravidanza al telefono con Nadia, la mediatrice culturale, quasi avesse delle difficoltà ad esprimere personalmente il suo desiderio.
La richiesta di IVG rientra: S., durante il colloquio in presenza dell'assistente sanitaria e della mediatrice, dichiara di voler continuare la gravidanza, ma noi operatrici ci domandiamo se davvero il conflitto è stato risolto e come; la nostra preoccupazione si sposta sul futuro bambino, su come sarà curato, accudito questo bambino non desiderato ma sentito come "figlio di Dio" e per questo motivo accettato.
Ma accettato o sopportato? E' difficile per noi cogliere questo aspetto, comprendiamo però la sofferenza di questa donna che, con le lacrime agli occhi, dice: "Questo figlio lo devo tenere, lo voglio tenere perché è figlio di Dio". Ci sembra comunque una scelta sua, abbiamo l'impressione che il marito, operaio di trentasei anni, abbia lasciato a lei la decisione. Forse per noi operatrici affrontare questo caso è andare un po' all'indietro nel tempo, ai racconti delle nostre nonne e mamme, quando i figli erano la benedizione di Dio e bisognava comunque accoglierli, anche con grande difficoltà e soprattutto le donne dovevano accettare il ruolo materno senza discutere, anche quando le condizioni economiche e sociali erano disastrose: a questo proposito ricordo un proverbio lombardo che dice "Ogni bambino ha il suo fagottino".
Facciamo quindi molta fatica a riposizionarci in un passato che riteniamo di aver superato con la lotta delle donne, per la diffusione della contraccezione, per l'ottenimento di una legge che permettesse l'aborto volontario, nella consapevolezza di voler avere solo i figli che desideriamo.
Ci troviamo di fronte invece una donna che sembra aver colto nella cultura ospitante la possibilità di scegliere se diventare ancora madre, ma in seguito decide di non fare questo passo: ci manifesta la sua difficoltà, il suo conflitto e poi rientra nelle regole della sua cultura di appartenenza.
Ci domandiamo a quali costi e con quali conseguenze future nella sua vita personale e familiare.
E se da un lato ci meraviglia e ci colpisce il coraggio della richiesta di IVG, come sintomo del cambiamento personale innescato forse dal progetto migratorio, dall'altro sentiamo che S. non può uscire dai compiti sociali che la sua cultura le attribuisce; d'altra parte S. si sente giudicata negativamente dal contesto sociale dove abita perché "ha tanti bambini" o forse è lei che non si sente o non vuole sentirsi madre di tanti bambini.
Anche questo aspetto di S. ci stupisce perché noi operatrici spesso sentiamo le donne egiziane come persone che difficilmente sono permeabili al contesto sociale di vita e frequentemente gli stimoli che vengono loro dati per metterle in relazione con il mondo circostante (corsi di lingua, contatti con i vicini, autonomia nei piccoli compiti quotidiani) cadono nel vuoto.
S. invece ci manifesta il suo disagio nel sentirsi mal giudicata dalla vicine italiane del condominio popolare in cui abita per il numero di figli che ha, la vergogna che prova ad andare fuori con tre figli piccoli e in attesa del quarto, nel colloquio con la ginecologa manifesta anche sensi di colpa per non essersi occupata in tempo di scegliere un sistema contraccettivo.
Ci sembra presa fra "due vergogne": quella di aver pensato e desiderato di abortire, quella di avere "troppi" figli per essere accettata e stimata dalle altre donne italiane.
Sembra che in nessuno dei due quadri culturali di riferimento fra cui si trova, quello d'origine e quello della società d'accoglienza, possa trovare una immagine di sé, un'identità in cui riconoscersi positivamente.
L'équipe si domanda a questo punto cosa fare per aiutare S. a mantenere o recuperare una immagine di sé positiva, per sostenere la scelta che ha fatto raccogliendo contemporaneamente i suoi segnali di disagio; vengono individuate opzioni che vanno nella direzione da un lato di valorizzare la storia e le competenze di S. soprattutto nel gruppo di preparazione al parto, e dall'altro rinforzino le reti relazionali con altre donne arabe che possano essere di supporto ora e dopo. Ci si interroga anche sull'opportunità di proporre nel dopo parto visite domiciliari per dare sostegno anche pratico nella cura di quattro bambini piccoli e sulla possibilità di stabilire collegamenti con l'ospedale in cui la signora partorirà.

Il ruolo della mediatrice culturale
La mediatrice culturale è in genere un elemento molto importante per il ruolo giocato all'interno del consultorio nel rapporto con le donne arabe: è lei l'anello di congiunzione di una relazione altrimenti impossibile, su cui si giocano le complessità.
La sua presenza, in un colloquio IVG, sembra però rendere ulteriormente complesso il colloquio anziché facilitarlo, perché sentiamo la sua difficoltà personale a trattare questo tema; le chiediamo quindi, in questo caso, di essere una traduttrice. S. manifesta il suo desiderio di IVG, anche forse immaginando lo sconcerto di Nadia, in quanto donna appartenente alla sua stessa cultura.
Abbiamo quindi un doppio binario di difficoltà e l'operatrice cerca di superare gli ostacoli chiedendole un intervento neutrale, per quanto sia possibile, avendo Nadia stabilito in precedenza una relazione con la signora.
A partire da questo e da altri casi ci stiamo interrogando sull'utilità della presenza della mediatrice di lingua araba in colloqui di interruzioni di gravidanza, e in generale quando la donna porta richieste o adotta comportamenti che sono sanzionati dalla cultura di origine. In questi casi ci sembra che la mediatrice, al di là dell'atteggiamento che assume, venga investita dall'utente di un ruolo di testimone della propria scelta "deviante" e venga vissuta con disagio in quanto materializza il fantasma di una comunità che disapprova. Forse sarebbe meglio in questi casi una semplice traduttrice, magari di una nazionalità diversa dalla propria, con cui sia più facile per la donna porre le distanze che desidera.


Le mutilazioni genitali femminili, pratica inaccettabile per operatrici e utente, su cui è difficile la comunicazione: il caso di A.

A. è una ragazza di diciotto anni, nata a Milano, ma di origine egiziana. Frequenta un Istituto Superiore di Milano con risultati soddisfacenti e parla correntemente l'italiano. Si presenta come una delle tante adolescenti, né il suo aspetto fisico, né il suo abbigliamento inducono a pensare che sia egiziana. Inoltre porta delle lenti a contatto colorate per cui il colore dei suoi occhi non passa inosservato.
La famiglia di A. è composta dai genitori e un fratello di nome Mohamed di quattordici anni.
Il padre è un libero professionista in Italia da circa vent'anni, la madre è casalinga e da tempo utente del Consultorio Familiare.
Questa famiglia ha fatto il suo percorso di assimilazione alla cultura ospitante, acquisendo usi, costumi, modi di vestire e la lingua, ma come tutte le famiglie immigrate probabilmente vive le difficoltà di stare a cavallo tra due culture. A. si è presentata al Consultorio un lunedì pomeriggio allo Spazio Giovani, accompagnata dalla madre con la richiesta di sottoporsi alla sua prima visita ginecologica.
Dopo un po' di resistenza da parte della madre A. partecipa al gruppo di accoglienza degli adolescenti, momento in cui i ragazzi e le ragazze si confrontano e ricevono informazioni; lei è silenziosa, ma dimostra interesse per l'argomento sulla contraccezione scelto dalle coetanee.
Come é consuetudine in Consultorio, dopo il gruppo, l'adolescente ha il colloquio individuale con l'operatrice, spazio in cui si focalizza il bisogno individuale. A. vuole fare la visita ginecologica perché da circa otto mesi ha un dolore puntorio e fitte ai genitali esterni, mediamente una volta alla settimana, a insorgenza improvvisa. Inoltre vuole sapere cos'è il clitoride.
Dopo le informazioni dell'operatrice, A. racconta la sua esperienza di quando all'età di undici anni, durante la vacanza estiva in Egitto, viene ricoverata in ospedale per l'intervento di clitoridectomia. Ribadisce che questa è una grossa ingiustizia che le è stata fatta dal padre.
La madre era contraria e le ha espresso la sua solidarietà raccontandole che le altre donne della famiglia avevano subito la stessa mutilazione. Alla fine del racconto A. è emozionata ed esprime il desiderio di partecipare alla Spazio Donne Arabe del Consultorio come a volersi creare un'opportunità esterna alla famiglia per conoscere la cultura araba.
Questa inaspettata esperienza colpisce molto l'operatrice che fa presente ad A. che il padre ha fatto quella scelta per aderire alla propria cultura e quindi non c'è stato l'intento di farle del male.
Per quanto riguarda l'esigenza di sapere di più sul mondo femminile nella cultura araba, l'operatrice accoglie la richiesta, riservandosi di trovare i tempi e i modi più adatti.
Dopo il colloquio A. fa la visita ginecologica. La ginecologa non evidenzia nessuna causa organica rispetto al dolore riferito e la rassicura che nonostante la clitoridectomia parziale potrà vivere una sessualità soddisfacente, ribadendo le motivazioni culturali della scelta del padre.
Le prescrive comunque un medicamento locale e viene fissato un appuntamento a distanza di quindici giorni, sia per verificare come va il dolore sia per dare una risposta alla sua richiesta di contatto con altre donne arabe. Ma A. non è più tornata.
L'équipe si interroga durante la supervisione sull'adeguatezza del proprio intervento, sulla difficoltà per le operatrici coinvolte a cogliere la/le domande implicite che A. portava, sui motivi per cui non è tornata. Vengono socializzati i vissuti di ansia, di incertezza suscitati in tutte da questo caso.
Nel confronto e nella discussione che segue si cerca di capire qualcosa in più sul senso dei propri vissuti.
Viene evidenziato che A. è una adolescente alla prima esperienza con l'altro sesso; ha un ragazzo italiano con cui non ha rapporti sessuali perché li avrà solo dopo il matrimonio.
Chissà quali riflessioni, dubbi, curiosità, emozioni le ha suscitato questa esperienza, come anche il confronto con le ragazze con cui condivide la quotidianità.
Ora ha preso coscienza di cosa significa subire una mutilazione genitale e qual è il ruolo della donna nella cultura araba. E' emersa l'ambivalenza dell'essere nata e vissuta in occidente ma di voler conoscere e capire di più il mondo arabo. Questo per A. è un momento molto difficile in cui si sta interrogando su qual è la cultura a cui appartiene, forse è questa la difficoltà maggiore che la seconda generazione dovrà affrontare e sta affrontando. Il caso di A. ci ha messo di fronte alla realtà concreta delle mutilazioni genitali femminili attraverso l'aspetto che colpisce di più, quale quello della rabbia, del conflitto che vive una donna adolescente che ha preso coscienza di aver subito questa violenza. Subita per volontà del padre che in virtù dell'appartenenza culturale si fa continuatore della tradizione.
A. ci ha comunicato la sua rabbia nei confronti del padre probabilmente con l'aspettativa di avere solidarietà da parte di donne che considerano la mutilazione da lei subita una violenza. La mutilazione è un segno indelebile della cultura d'origine della sua famiglia. Ma, essendo lei nata e vissuta a Milano quant'altro, di più positivo, le è stato trasmesso di questa cultura dai genitori o durante le vacanze estive?
Noi operatrici abbiamo preso in considerazione solo l'aspetto culturale del problema, per cui la risposta data è stata: "tuo padre non ha voluto farti male ma ha osservato le leggi della cultura di appartenenza" come a voler scongiurare una possibilità di conflitto fra A. e il padre, e a voler valorizzare le cose positive che i genitori le hanno trasmesso.
Prendere in considerazione solo l'aspetto culturale non ha ci ha portato a comunicare ad A. la nostra solidarietà rispetto alla sua rabbia e al suo dolore, a non condividere con lei la consapevolezza che le mutilazioni genitali femminili sono una violenza sulla donna al di là delle appartenenze culturali. Inoltre non ci ha permesso di parlare con lei del significato che assume nella sua vita di ragazza che vive in Italia e ha un ragazzo italiano, portare il segno mutilante dell'appartenenza alla cultura dei genitori, senza che il suo parere sia stato richiesto. In questo contesto tale segno assume un altro significato e peraltro anche nel paese d'origine queste pratiche sono pubblicamente ridiscusse e proibite per legge. E' prevalso in noi operatrici un atteggiamento protettivo rispetto ai rischi di un possibile conflitto con il padre; mentre ci pare normale per un'adolescente italiana essere in conflitto con i genitori, immaginiamo come molto più drammatico tale possibilità per l'adolescente egiziana e cerchiamo di esorcizzarlo.
Il rischio che corriamo nel prendere in considerazione solo questo aspetto del problema è quello di lasciare A. ancora più sola con i suoi sentimenti contradditori.
Ci hanno insegnato che la professionalità comporta l'essere accoglienti, ma mantenendo un atteggiamento di neutralità. Riflettendo su questo caso la neutralità dei ruoli non è più possibile, si è chiamate in causa direttamente come donne e come professioniste, ci sono dei quadri di riferimento culturali che entrano in profondo conflitto nella percezione di A. stessa.
Per alcune popolazioni di cultura araba la mutilazione sessuale ha un senso, per la nostra cultura è una realtà inaccettabile e lo è sempre di più anche per le donne di quei paesi in cui tale pratiche persistono; ciò ci porta a dire quello che pensiamo nei convegni o fra di noi ma ci ha lasciato in difficoltà davanti alla rabbia e al dolore espressi da questa adolescente.
Questo ci mette in crisi, ci crea ansia, non sappiamo cosa fare perché non ci sono delle prassi consolidate da seguire, mentre esistono prassi consolidate in tutti i ruoli che noi svolgiamo nei rapporti con le donne italiane.
Il caso di A. ha portato a interrogarci sulla dimensione del fenomeno delle mutilazioni genitali sulle bambine e ragazze appartenenti alla seconda generazione e ci siamo rese conto, soprattutto discutendone con alcune mediatrici culturali egiziane e con alcune donne somale, che la prassi di far praticare tali mutilazioni durante il ritorno per le vacanze al paese d'origine è molto diffusa e per le ragazze egiziane riguarda secondo le nostre informazioni la stragrande maggioranza. Tutto ciò ci ha portato a voler sapere di più su questo tema e la nostra équipe ha richiesto un incontro con una psicologa che si occupa di questa realtà.
Adesso pensiamo che l'intervento per il futuro sia di sensibilizzare le donne arabe e immigrate a non sottoporre le proprie figlie a questa prassi, un compito importante che a nostro parere deve perseguire il consultorio nell'ottica di fare prevenzione per la seconda generazione di ragazze, che vivono i disagi e la difficoltà di diventare donne tra due culture.
A tale fine non sono utili a nostro parere né i grandi convegni, né una politica di repressione; ciò che potrebbe servire, seguendo le indicazioni delle mediatrici e delle donne straniere, è un lavoro capillare e molto discreto di discussione e confronto in piccoli gruppi nei consultori familiari delle diverse zone della città. In questi gruppi, insieme ad altri temi, con la presenza sia di operatrici italiane che di mediatrici culturali, potrebbe essere possibile costruire un clima relazionale e comunicativo di fiducia reciproca e di sospensione di ogni giudizio, necessario affinché le donne immigrate si sentano libere di esprimere il loro punto di vista su questioni tanto intime e delicate, di ricostruire il senso che hanno avuto e tuttora hanno tali pratiche, di vederne contemporaneamente le complicanze mediche e psicologiche nella vita delle donne. Potrebbe essere a questo punto possibile per queste madri trovare strade diverse per trasmettere alle proprie figlie valori e senso di appartenenza alla propria cultura, nel rispetto della loro integrità psicofisica.


Le difficoltà e lo scacco del desiderio di integrazione del servizio: il caso di S.
La signora S. si presenta al nostro servizio per la prima volta alla fine del 1994 per essere seguita nella sua prima gravidanza. E' egiziana, ha diciassette anni, è in Italia da sei mesi ed è venuta qui al seguito del marito, venticinquenne, che ha sposato da poco e che l'accompagna al nostro consultorio sapendo della presenza della mediatrice culturale araba. S. è vestita di nero, con il corpo e il volto interamente coperti dal velo, ad eccezione degli occhi.
Si toglie il velo e i guanti solo in una stanza chiusa, se sono presenti solo donne. Non parla italiano. La gravidanza di S. è gemellare e richiede controlli ecografici più frequenti e in particolare monitoraggio per i rischi di parto pre-termine. S. si sottopone abbastanza regolarmente alle visite di controllo ma esegue gli esami con più difficoltà, perché non sempre il marito ha la disponibilità ad accompagnarla agli appuntamenti e perché a volte "si dimentica di farli". Anche le terapie che le vengono prescritte per la minaccia di parto pre-termine vengono assunte non regolarmente.
In prossimità del parto, viene inviata a una ginecologa dell'ospedale S. Paolo per la programmazione del taglio cesareo, necessario per la presentazione podalica di entrambe le gemelle.
A fine aprile '95 nascono due bambine che stanno bene.
S. porta le bambine al Consultorio Pediatrico (una delle due gemelle ha problemi di crescita) ma non torna in C.F. fino al dicembre '95, quando ci porta l'esito di un'ecografia fatta in Pronto Soccorso che diagnostica una gravidanza al quarto mese.
Viene così seguita per la seconda gravidanza. E' molto stanca (sta allattando ancora una delle gemelle) e manda una gemella, la più piccola e gracile, in Egitto da sua madre.
Durante questa gravidanza esegue controlli sanitari ma sempre con molta irregolarità e mancando ad alcuni appuntamenti. In aprile, un anno dopo il primo taglio cesareo, si sottopone a un nuovo cesareo e nasce una bambina.
Questa volta S. viene subito dopo il parto in C.F. per l'inserimento dello IUD. Ha mandato anche l'altra gemella in Egitto per poter meglio seguire l'ultima nata che ha problemi ossei agli arti inferiori e problemi di sviluppo psico-motorio. Il C.P. e il SIMEE si attivano per seguire la bambina, con l'aiuto della nostra mediatrice culturale, ma S. sembra avere difficoltà a seguire le prescrizioni e le indicazioni.
In C.F. continua a venire per la contraccezione, piuttosto problematica, (espulsione di due IUD, problemi di ipertensione con la pillola).
A settembre '98 rimane di nuovo gravida e, nonostante il marito, pur molto religioso e osservante, sia aperto alla possibilità di un aborto per problemi di salute (T.C. pregressi), S. è assolutamente irremovibile e decisa a continuare la gravidanza "mandatale da Dio".
Viene seguita in consultorio anche per questa nuova gravidanza, che è attualmente in corso, mostrando questa volta una maggiore preoccupazione per il proprio stato di salute e una maggiore regolarità nell'eseguire le visite e gli esami richiesti.
Ha di nuovo con sé tutte e tre le figlie. Ha imparato un po' l'italiano e riesce a comunicare e a muoversi per la città anche da sola.
Durante la prima gravidanza ha partecipato ad alcuni degli incontri di gruppo con altre donne arabe in gravidanza. La comunicazione con le altre donne è stata buona anche se, secondo la mediatrice, S. ha sempre sottolineato la sua "diversità" rispetto alle altre donne egiziane, la sua "maggior religiosità" (diversità evidente anche nell'aspetto, dal momento che S. era l'unica a essere completamente velata di nero).
Anche durante quest'ultima gravidanza ha accettato di partecipare agli incontri di gruppo. In questa occasione ha sottolineato la sua "esperienza di pluripara", precisando in più occasioni che, nonostante aspetti il quarto figlio, sa di potercela fare. Riferisce che le persone che la conoscono si aspettano che lei se la cavi bene e che lei stessa è convinta di poter superare le difficoltà legate al suo essere sola in un paese straniero con quattro figli.
Nonostante sia una delle più giovani, si pone con autorevolezza all'interno del gruppo.
La relazione tra S. e le operatrici del C.F. è stata molto problematica. Da subito S. ha messo in crisi le operatrici per il suo porsi in modo così sottolineato come "diversa", nel voler presentare di sé prima di tutto l'appartenenza religiosa, nella scarsa disponibilità a seguire le indicazioni e le prescrizioni. S. ha sempre utilizzato il servizio "a suo modo".
Anche con altre donne arabe è spesso sorto il problema della differente concezione di salute, del significato dei controlli in gravidanza, ma generalmente la possibilità di conoscersi, di instaurare una relazione, permette di superare le difficoltà e trovare una mediazione; con S., la sensazione prevalente delle operatrici è stata di essere "utilizzate" senza sentire da parte di S. un interesse alla comunicazione e all'incontro.
La presenza della mediatrice, che si propone come appoggio e sostegno e che abitualmente aiuta e facilita la comunicazione tra le donne arabe e le operatrici, in questo caso non è riuscita a far superare del tutto le difficoltà. S. ha sempre tenuto un po' a distanza anche lei, quasi sottolineando più il suo ruolo di operatrice e anche la mediatrice riferisce di provare "rispetto" per S. per la sua autorevolezza religiosa.
S. sembra utilizzare la mediatrice solo per le difficoltà linguistiche e negli ultimi tempi si rapporta con le operatrici direttamente, conoscendo un po' meglio l'italiano.
S. dà di sé l'immagine di una donna molto decisa, nonostante l'aspetto di ragazzina che mostra quando si toglie il velo. Anche l'apparente dipendenza dalla protezione del marito che mostrava all'inizio (lui l'accompagnava sempre dovunque), era probabilmente più legata alle difficoltà linguistiche e adesso S. si dimostra autonoma nelle decisioni (continuare l'ultima gravidanza nonostante il marito le consigliasse l'aborto) e negli spostamenti.
S. ha suscitato nelle operatrici sentimenti contrastanti e oscillanti dal desiderio di aiutare una donna così giovane e con tanti problemi (gravidanze ravvicinate, problemi di crescita delle bambine) alla constatazione della sua decisione e della sua scarsa disponibilità ad accettare consigli e aiuto.
Sicuramente alla base c'è una differente concezione della vita, della salute, della priorità di valori tra la sua cultura religiosa e il nostro approccio occidentale e "scientifico" alla maternità. Ma ci sono anche elementi personali e non solo culturali che rendono più problematica la relazione.
S. sembra avere difficoltà ad accettare consigli e a delegare ad altri la cura di sé e delle bambine. Sembra vivere come ingerenze nella sua vita, i tentativi di aiutarla o le indicazioni che le vengono date, anche quando provengono dalla mediatrice, donna araba come lei.
Questa modalità di relazionarsi al servizio, mette in crisi il desiderio delle operatrici di trovare un incontro, una integrazione fra le culture. La tentazione può essere quella di rispondere aggressivamente irrigidendo le regole ("se vuoi venire qui, devi fare quello che ti diciamo") o di accettare passivamente le modalità imposte da S., con conseguente ansia per la sua salute e senso di impotenza.
La direzione in cui cerchiamo, con fatica, di muoverci è quella di affiancarla, ponendoci come punto di riferimento, ma cercando di essere meno minacciose e più rispettose possibile verso la sua individualità.
Insieme alla mediatrice abbiamo cercato di trovare il giusto approccio con S. L'atteggiamento della mediatrice verso S., il suo rispettarla, mantenendosi un po' a distanza, si è rivelato efficace e ultimamente sembra aver permesso una migliore comunicazione con S. che mostra più fiducia verso le operatrici, forse perché si sente più valorizzata nelle sue capacità e nelle sue risorse, piuttosto che legata a un ruolo di donna bisognosa di aiuto e ai suoi aspetti di debolezza.
La discussione di questo caso ha sollecitato nel gruppo una riflessione sulla singolarità dei percorsi di individuazione e affermazione di sé delle donne; in questo caso un aspetto che ci ha colpito è l'utilizzo della ortodossia religiosa al fine di affermare se stessa, di acquisire autorevolezza presso le altre donne e il marito stesso.
Il percorso di S. ci ha ricordato l'analisi di Chérifa Bouatta, algerina, contenuta nell' articolo Figlie contro i padri - il desiderio negato (La schiavitù del velo, a cura di G. Sgrena, ediz. Il manifesto, 1995) nel quale l'autrice cerca di analizzare le motivazione che spingono le ragazze giovani a aderire all'islamismo. Bouatta formula l'ipotesi che l'adesione delle giovani ragazze e delle adolescenti all'islamismo sia dettata dal fatto che attraverso di esso, che attribuisce alle donne la funzione di propagandiste del discorso islamico, le ragazze trovino una alternativa al ruolo sociale totalmente subalterno proposto loro dalla società e incarnato dalle madri.
L'adesione a questa proposta ha un duplice vantaggio: offre spazio a una anche se parziale e contraddittoria, realizzazione dei desideri di affermazione di sé delle giovani ragazze, e contemporaneamente offre la possibilità di rifiutare il modello materno in nome della legge e della tradizione. Questo processo "se è negazione del padre reale in quanto concede la parola alle donne -naturalmente nel solo ambito femminile - non rappresenta una trasgressione alla legge paterna poiché sostituisce al padre reale un padre onnipotente. Ecco come i padri si ritrovano impotenti e come il desiderio femminile si legalizza e si reprime al tempo stesso".

Atteggiamenti e modalità relazionali che favoriscono l'incontro con le donne arabe
Vogliamo concludere quest'articolo con alcune brevi considerazioni su quegli atteggiamenti che abbiamo sperimentato essere utili per facilitare l'incontro e la comprensione con le donne arabe. Il rapporto che le donne di queste culture tendono a instaurare con il servizio e le operatrici ha, infatti, delle caratteristiche ricorrenti, pur ovviamente con differenze e specificità individuali.
Un atteggiamento sorridente, gentile, accogliente, importante sicuramente per tutte le donne, è particolarmente determinante con le donne arabe.
Fondamentale è la gestualità, la mimica facciale, tutta la comunicazione non verbale.
Tornano in consultorio solo se si sentono riconosciute, accolte, salutate con simpatia, solo se si dedica tempo e sorrisi a loro, ai loro bambini, alle loro accompagnatrici.
La relazione personale che instaurano con le operatrici è la molla che le fa venire o no regolarmente alle visite o seguire o no le indicazioni e le prescrizioni ricevute.
Riconoscono certamente l'utilità di eseguire esami o accertamenti diagnostici, ma una delle motivazioni all'eseguirli con tempestività è il non voler deludere la ginecologa.
Il gruppo si è rivelato essere un luogo importantissimo di sostegno, di socializzazione (sono quasi sempre molto isolate e sole), di confronto, un orizzonte in cui poi è più facile inscrivere anche le richieste o i problemi individuali. La proposta di incontri di gruppo in gravidanza è accolta, dopo un po' di diffidenza iniziale, generalmente molto bene e dopo i primi incontri la frequenza al gruppo è regolare e la partecipazione vivace.
Anche dopo che l'incontro di informazione e confronto con le operatrici è finito, spesso rimangono in consultorio a parlare fra loro, mangiare pasticcini o bere il the. L'utilizzo di incontri di gruppo con le donne arabe può essere quindi molto utile, sia per le operatrici che hanno la possibilità di conoscere meglio loro e alcuni aspetti della loro cultura, sia per rendere il servizio un luogo più amichevole e meno "straniero".
Riflessioni sul ruolo
Lavorare con le donne straniere ci ha portato anche ad interrogarci sul nostro ruolo professionale e a sottolineare alcuni punti cardine di ogni professione d'aiuto che emergono maggiormente nel lavoro con queste persone, come: - superare i pregiudizi e gli stereotipi che ci trasciniamo e fare attenzione all'ascolto e alla storia delle persone - non sostituirsi all'utente ma fornirgli gli strumenti per la soluzione dei problemi che porta - ridefinire compiti e ruolo dell'operatrice, che spesso vengono dati per scontati con utenti italiani.

Rimangono ancora molti punti interrogativi soprattutto per quanto riguarda i ruoli sociali.
Dall'assistente sociale, infatti, vengono molte domane aperte attorno a cui riteniamo utile in un prossimo futuro articolare la ricerca:
- qual è l'immagine che si è costruita l'utente egiziana della figura dell'operatrice sociale?
- qual è la funzione che ci viene attribuita tra le numerose del nostro ruolo (aiuto, sostegno, controllo sociale)?
- quale funzione analoga esiste nel paese d'origine e con quale immaginario collettivo?
Nota
L'articolo sintetizza la riflessione condotta durante gli incontri di supervisione al progetto di intervento con le donne arabe; a questi incontri ha partecipato l'équipe del consultorio familiare di zona 5 di Milano coinvolta nel progetto composta dalle seguenti operatrici
Lucia Cassanelli assistente sanitaria, Marina Dei Cas assistente sociale, Antonella Osenga ostetrica,
Sophie Perichon psicologa consulente, Marina Ruspa ginecologa, Grazia Zocchi infermiera. La supervisione era affidata a Luisa Cattaneo, psicoterapeuta dello Studio di analisi transazionale psicoterapia e consulenza, Via Morosini 39 Milano.



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